Il diritto di chiedere, il dovere di rispondere
15 Maggio 2026A proposito di DATA CENTER
Dopo la pubblicazione del nostro ultimo articolo sul mega-data center di Magenta, abbiamo assistito a una reazione vivace e, sotto certi aspetti, prevedibile. Accanto ai molti cittadini che hanno condiviso le nostre preoccupazioni, non sono mancate voci critiche — alcuni le chiamerebbero “tifoserie” o “pasdaran” dell’operazione — che hanno preferito spostare il dibattito sul piano dell’offesa personale. Siamo stati definiti “ignoranti”, “poco informati” o accusati di seminare disaccordi intenzionalmente.
È proprio da queste reazioni che nasce l’esigenza di questo chiarimento: per ribadire la nostra posizione, ma soprattutto per difendere un principio democratico fondamentale.
Una fonte autorevole, non una nostra invenzione
Il nostro punto di partenza non è stato un pregiudizio, ma un’analisi oggettiva. Abbiamo fatto riferimento ai dati e alle inchieste di una testata nazionale autorevole come Il Fatto Quotidiano. Da quell’articolo sono emerse criticità tecniche, ambientali e sociali che abbiamo sentito il dovere di fare nostre. Non abbiamo inventato scenari; abbiamo semplicemente analizzato quanto riportato da chi questo mestiere lo fa con rigore e serietà.
Porre domande non è un reato
La nostra posizione è stata, sin dall’inizio, quella di chi pone domande. Non abbiamo voluto dare una “verità” preconfezionata o una visione personale. Ci siamo messi dalla parte del cittadino che osserva il proprio territorio cambiare radicalmente e chiede spiegazioni.
Riteniamo che l’Amministrazione Comunale sia l’unica depositaria originale di ogni dettaglio tecnico, burocratico e strategico di questo campus. Per questo motivo, abbiamo rivolto le domande a chi “sa” tutto, affinché risponda alla comunità. Sorprende che oggi, porre domande sia visto quasi come un reato di “lesa maestà” o un tentativo di denigrazione. Al contrario: è l’essenza stessa della cittadinanza attiva.
Una strategia, quella dell’offesa, che vogliamo smascherare
Se la strategia di questi fan e “pasdaran” ciechi e sordi è quella di ridicolizzare o dare degli stupidi a chi osa fare domande, ebbene, è una strategia che intendiamo smascherare immediatamente. Il tentativo di mettere tutto a tacere attraverso l’offesa, per far passare sotto il naso dei cittadini una struttura enorme con un impatto altrettanto enorme, è un metodo vecchio che non ci incute timore. Questa arroganza non ci fermerà: continueremo a porre domande finché non otterremo le risposte che la città merita.
Il mito della “competenza” contro la realtà della democrazia
Tra le accuse ricevute, la più frequente è quella di non aver letto la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) depositata presso il Ministero. Chi lo afferma, non solo ignora che abbiamo consultato quelle carte, ma dimentica tre punti fondamentali:
- L’accessibilità: Non tutti i cittadini hanno le competenze tecniche per interpretare e decodificare 400 pagine di relazioni ingegneristiche e ambientali.
- Il tempo: Non tutti hanno il tempo materiale per studiare documenti così complessi tra impegni lavorativi e familiari.
- La rappresentanza: Viviamo in una democrazia rappresentativa, non diretta. Abbiamo eletto dei rappresentanti proprio perché facciano sintesi di questa complessità e la rendano trasparente e comprensibile alla città.
È lecito e sacrosanto che un cittadino pretenda risposte chiare da chi lo rappresenta, senza dover essere necessariamente un ingegnere ambientale per avere il diritto di parola.
Trasparenza o fatto compiuto?
Operazioni di questa complessità non nascono dalla sera alla mattina. Richiedono anni di interlocuzioni, tavoli tecnici e accordi. La domanda che sorge spontanea è: perché la cittadinanza viene messa di fronte a questo progetto quasi come se fosse un fatto compiuto? Se l’iter è stato così lungo, perché c’è stata così poca informazione e trasparenza durante le fasi di gestazione?
Dulcis in fundo
Ai “fan” di questa operazione che ci accusano di ignoranza, rispondiamo con la fermezza di chi non si lascerà intimidire. Continueremo a porre domande, perché è nostro diritto farlo e perché è dovere dell’Amministrazione rispondere.
Ma la domanda più importante, quella che resta sospesa sopra il futuro di Magenta, è questa: se i cittadini, una volta ricevute tutte le risposte, dovessero concludere che questa struttura sul loro territorio non la vogliono, cosa succederà? Ci si dovrà sacrificare comunque in nome di un progresso deciso altrove?
Qualcuno una volta disse: “Diffidate di coloro che predicano l’idea del sacrificio. Ciò che in realtà vogliono è che qualcuno si sacrifichi per loro”. Noi non siamo pronti a sacrificare il futuro di Magenta senza che ogni dubbio sia sciolto e ogni voce ascoltata.


