J’ACCUSE: il sangue di Jad Jadallah sulla coscienza di Israele e del mondo che tace
27 Febbraio 2026J’ACCUSE
Accuso lo Stato di Israele, il suo governo, il suo esercito e l’intero sistema di impunità che rende possibile tutto questo.
Accuso una macchina militare che spara a un quattordicenne, JAD JADALLAH, e poi lo lascia agonizzare sull’asfalto come se fosse un oggetto abbandonato, non un essere umano.
Un ragazzo, Jad Jadallah. Quattordici anni. Colpito e lasciato a dissanguarsi per lunghi minuti, mentre uomini armati fino ai denti lo osservano, parlano tra loro, tengono la posizione. Le ambulanze respinte. I soccorsi bloccati. La vita sospesa tra la polvere e il sangue, mentre il mondo discute di “sicurezza”.
Una pietra, dicono.
Una pietra contro fucili d’assalto.
Una pietra contro giubbotti antiproiettile.
Una pietra contro uno degli eserciti più potenti del pianeta.
E questa sarebbe la giustificazione? Questa sarebbe la “minaccia” che autorizza a sparare a un minorenne e a lasciarlo morire senza assistenza?
J’ACCUSE
Accuso l’ipocrisia di chi parla di “unica democrazia del Medio Oriente” mentre in Cisgiordania vige un regime di occupazione permanente.
Accuso l’espansione continua delle colonie illegali, la confisca delle terre, le incursioni notturne, gli arresti arbitrari.
Accuso un sistema che considera la vita palestinese sacrificabile, negoziabile, comprimibile.
Non è un incidente.
Non è un errore.
È la logica brutale dell’occupazione.
Quando un esercito può impedire a delle ambulanze di raggiungere un ragazzo ferito senza che nessuno paghi conseguenze politiche reali, significa che l’impunità è strutturale. Significa che la vita di quel ragazzo vale meno della narrazione ufficiale che lo trasforma, post mortem, in “minaccia neutralizzata”.
J’ACCUSE ANCHE NOI
Accuso l’Europa che si indigna a corrente alternata.
Accuso l’Italia e il Governo Meloni, che ha venduto armi ad Israele.
Accuso gli Stati Uniti che finanziano e coprono diplomaticamente ogni abuso.
Accuso l’Occidente che pretende di insegnare la legalità al mondo e poi chiude gli occhi quando il diritto internazionale viene calpestato da un alleato strategico.
Perché quando un quattordicenne muore dissanguato sotto il controllo di soldati che gli negano soccorso, non è solo una tragedia individuale: è un fallimento politico e morale globale.
NON CHIAMATELA PACE
Non c’è pace sotto occupazione militare.
Non c’è pace dove i check-point decidono chi può vivere con dignità e chi no.
Non c’è pace quando un adolescente può essere colpito e lasciato a terra come monito collettivo.
La pace non è l’assenza di razzi in un determinato giorno.
La pace è uguaglianza davanti alla legge.
È tutela dei minori.
È rispetto delle convenzioni internazionali.
È fine dell’occupazione e delle colonie.
È responsabilità per chi abusa del potere.
Finché questo non accadrà, ogni parola sulla “sicurezza” suonerà vuota, ogni dichiarazione diplomatica sarà complice.
Il sangue di quel ragazzo grida giustizia.
E finché non ci sarà giustizia, il silenzio non sarà neutralità:
sarà corresponsabilità.


