Il Girasole di Alessandro
28 Novembre 2025Una lezione di umanità che Milano non può ignorare
C’è un angolo di Milano, in via Dezza, dove ogni giorno si consuma un piccolo grande gesto d’amore. È un campetto da basket come tanti, ma per una mamma è il luogo dove la vita si è spezzata all’improvviso, nel 2017, quando suo figlio Alessandro, solo quindici anni, è stato stroncato da un malore mentre faceva ciò che amava di più: giocare. Da allora, ogni giorno, quella mamma posa un girasole vicino all’ingresso. Un fiore che sa di sole, di vita, di ricordo; un modo silenzioso e delicato per continuare a dire “io sono qui”, anche se il destino ha chiuso troppo presto una porta.
Da qualche tempo, però, quei girasoli vengono strappati. Un gesto piccolo, anonimo, vigliacco. Così la mamma ha deciso di scrivere un messaggio, un tentativo di spiegare l’inspiegabile a chi evidentemente non conosce il peso dei sentimenti:
“Non strapparmi. Non mi sono più rialzato dopo essere caduto su questo campo. Questo girasole mi ricorda. Grazie, Alessandro”.
La risposta è arrivata in fretta, altrettanto anonima, altrettanto crudele:
“Se tutti mettono un fiore per ogni morto, Milano sarebbe una pattumiera”.
Ciò che ferisce non è solo la frase, sgrammaticata e codarda. Ciò che ferisce è la totale assenza di empatia. L’incapacità di riconoscere, dietro quel fiore, una storia, un dolore, un amore che non conosce resa. L’inumanità di chi non vede un girasole ma un fastidio.
In una società che sembra sempre più incline all’odio facile, alla polemica immediata, all’incapacità di mettersi nei panni dell’altro, il gesto di quella mamma non è solo un ricordo: è un insegnamento. È un invito a fermarsi, a respirare, a capire che il rispetto non è un optional. Che la memoria non sporca le città: le nobilita. Che un fiore non ingombra, ma educa.
Il girasole di Alessandro ci ricorda che abbiamo disperatamente bisogno di esempi positivi, di gesti che parlano di amore e non di rancore. Di mani che costruiscono, non che strappano. E ci ricorda anche che la civiltà non la fanno le grandi parole, ma le piccole attenzioni quotidiane.
A quella mamma va la nostra vicinanza più sincera. Perché il suo gesto, tanto semplice quanto immenso, è una delle cose più pulite che questa città possa vedere. E perché nessuno dovrebbe mai sentirsi in colpa o sbagliato per continuare ad amare.
In fondo, basterebbe davvero poco: invece di strapparlo, quel girasole potremmo imparare a custodirlo. Per Alessandro. Per sua mamma. Per Milano. Per tutti noi.


