La libertà non obbedisce
22 Dicembre 2025Perché chiamare sottomissione “libertà” è una violenza politica sulle donne
Affermare da un pulpito che “Maria è la donna più libera del mondo perché ha saputo obbedire” non è una riflessione spirituale. È un’operazione ideologica precisa, antica e pericolosa. Non parla di fede, parla di potere. E lo fa usando il corpo, la vita e il destino delle donne come terreno simbolico su cui ribadire una gerarchia.

Ridurre la libertà femminile all’obbedienza significa riscrivere il vocabolario per legittimare la sottomissione. La libertà non nasce dall’atto di obbedire: nasce dalla possibilità concreta di scegliere, di dire sì o no, di cambiare strada, di dissentire senza essere punite. Confondere obbedienza e libertà non è un equivoco teologico; è un dispositivo culturale che serve a normalizzare l’asimmetria, a rendere virtuosa la rinuncia, a santificare il silenzio.
Quando si propone un modello di donna “libera” perché obbediente, non si sta parlando di Maria: si sta parlando di tutte le donne. Si sta dicendo che l’emancipazione femminile è una deviazione, che l’autonomia è una colpa, che la piena soggettività delle donne è un problema da correggere. È la stessa narrazione che, da secoli, giustifica l’esclusione delle donne dai luoghi decisionali, la loro subordinazione economica, la loro invisibilità politica.
Il femminismo esiste proprio perché questo racconto non è finito
Esiste perché ancora oggi c’è chi pretende di insegnare alle donne che essere libere significa adattarsi, accettare, obbedire “con amore”, magari ringraziando. Esiste perché troppe volte l’obbedienza viene richiesta come prova di valore morale, mentre il dissenso viene punito come arroganza.
E qui la parola si fa memoria, e la memoria si fa accusa. Perché questa retorica non è neutra. Ha un costo reale, misurabile, sanguinoso. È la stessa cultura che minimizza la violenza, che colpevolizza chi denuncia, che chiede alle donne di restare, di sopportare, di “tenere unita la famiglia”. È la stessa cultura che precede i femminicidi, che li rende possibili, che li prepara. Ogni donna uccisa è stata prima educata — direttamente o indirettamente — all’obbedienza. Ogni nome inciso nelle cronache è il fallimento di una società che ha scambiato il controllo per ordine e la sottomissione per virtù.
Ricordiamo con rabbia e rispetto tutte le donne uccise
Non come simboli, ma come vite spezzate da un’idea tossica di potere. A loro dobbiamo una verità semplice e non negoziabile: la libertà non obbedisce. La libertà sceglie. La libertà parla. La libertà disobbedisce quando l’obbedienza diventa violenza.
E se questo dà fastidio, è perché il femminismo continua a fare ciò per cui è nato: smascherare le menzogne che si travestono da morale e restituire alle donne il diritto fondamentale di definirsi da sole. Senza permesso.
Senza silenzio.
Senza paura.


