Per chi suona la campana ?

Per chi suona la campana ?

2 Gennaio 2026 0 Di admin

Sanremo e la campana dei non nati: quando il clericalismo vuole riscrivere i diritti delle donne

Negli ultimi mesi l’Italia è diventata teatro di una inquietante offensiva contro i diritti delle donne — un’offensiva che prende forma attraverso simboli religiosi e sermoni clericali che vorrebbero riportarci indietro di secoli. Due fatti recenti dovrebbero far suonare un campanello d’allarme: l’installazione a Sanremo della cosiddetta “Campana dei bambini non nati”, promossa dalla Diocesi locale, e la viralizzazione di un sermone natalizio in cui un sacerdote ha invocato l’“ubbedienza come chiave di libertà” ispirandosi alla figura di Maria.

Partiamo dalla campana di Sanremo: installata nei giorni del cuore dell’azione sociale, con una carica simbolica forte e divisiva, la campana non è soltanto un richiamo alla preghiera. Per decine di cittadine e cittadini è percepita come un attacco strisciante al diritto all’autodeterminazione delle donne, un monito sonoro che riecheggia la retorica anti-abortista che da troppo tempo prova a riappropriarsi degli spazi pubblici e del discorso politico. Questa decisione — presa da ambienti ecclesiali — non solo suscita una profonda perplessità laica, ma rischia di essere un simbolo che elimina le donne dai loro corpi, dalle loro scelte, dalla loro libertà.

E come se non bastasse, poco prima di Natale un sacerdote italiano ha fatto dichiarazioni pubbliche che dovrebbero suonare inaccettabili in una società moderna. Durante una Novena di Natale, Don Giuseppe Laterza ha dichiarato che Maria sarebbe “la donna più libera del mondo perché sa obbedire” e che questa sarebbe una lezione che bisognerebbe insegnare alle femministe.

Domando: quando l’“ubbidienza” diventa sinonimo di libertà? Qualcuno sta cercando di riscrivere il significato della parola emancipazione? Perché una figura religiosa — pur venerata, pur simbolica — viene usata per rimodellare la percezione delle donne come esseri subordinati piuttosto che come soggetti autonomi di diritti e decisioni?

Questi due “indizi” culturali e sociali non sono incidenti isolati: suonano come segnali di un possibile ritorno di idee reazionarie e clericali che vogliono ridefinire i ruoli di genere. Ci stanno dicendo che la donna deve tornare a essere oggetto di devozione e sottomissione, oppure che deve essere prima di tutto portatrice di vita secondo i dettami di altri? Dove è finita la società che difendeva la libertà di scelta, l’uguaglianza e l’autodeterminazione?

A chi sostiene che non c’è alcuna intenzione politica dietro queste affermazioni, io rispondo con una domanda: perché proprio ora, nel 2026, sentiamo la necessità di ribadire temi così antiquati e dannosi? Perché utilizzare simboli pubblici per veicolare messaggi che minano i diritti ormai conquistati con fatica dalle donne? È un caso? Oppure c’è davvero un tentativo, feroce e sottile, di riscrivere i confini della libertà femminile, spalleggiato da ambienti clericali medievali e da una destra sempre più aggressiva nei confronti delle nostre scelte?

Non possiamo rimanere in silenzio mentre si ergono campane nelle piazze e si innalzano pulpiti nel discorso pubblico con messaggi regressivi. Difendere i diritti delle donne non è solo un tema di genere — è una battaglia per la dignità umana, per la libertà di autodeterminazione e per il futuro di una società giusta. E di fronte a chi vorrebbe imporre modelli di “ubbidienza” e soggettività limitata, dobbiamo rispondere con forza, coscienza e rabbia femminista.