Il rumore dei social, la verità dei fatti e la misura delle Istituzioni
21 Luglio 2026…e le bugie attorno alla grazia data allo scafista
Guardare il dibattito pubblico sui social media nell’era della rabbia istantanea equivale a osservare una tempesta di polvere: ci si straccia le vesti, si rilanciano slogan ad alto impatto emotivo e ci si dimentica puntualmente di verificare la realtà.
È ciò che sta accadendo in queste settimane attorno alla figura di Alaa Faraj e alla parziale grazia concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sui social si è scatenata la consueta gogna basata su narrazioni completamente inventate o deformate. Molti militanti e commentatori improvvisati — trascinati da una certa propaganda — hanno iniziato a gridare allo “scandalo”, accostando strumentalmente questa vicenda ad altri fatti di cronaca dal forte impatto mediatico, come la complessa e controversa vicenda del gioielliere.
I paragoni, tuttavia, non servono a capire: servono solo a soffiare sul fuoco dell’indignazione. Per questo motivo occorre rimettere un po’ di ordine e fare chiarezza su tre punti fondamentali.
La gogna della disinformazione: parlare per sentito dire
Sui social si assiste troppo spesso alla trasformazione di un’accusa in una condanna morale irreversibile. La vulgata della rete ha liquidato Alaa Faraj definendolo “il criminale che ha fatto morire 30 persone” e indignandosi per un presunto favoritismo.
I fatti raccontano una storia del tutto diversa. Alaa Faraj era un ragazzo di vent’anni, una giovane promessa del calcio libico, iscritto all’università, fuggito nel 2015 da una guerra devastante. Durante una tragica traversata verso l’Italia, si trovò a bordo di un’imbarcazione dove morirono soffocate 49 persone. Come purtroppo accade spesso per le dinamiche sommarie con cui vengono individuati i presunti “scafisti” alle nostre latitudini, Alaa fu additato, arrestato e condannato. Ha trascorso dieci anni in carcere gridando la propria innocenza, accettando la condizione di detenuto ma mai quella di criminale.
I “giudici da tastiera” non leggono gli atti, non conoscono le storie e non si preoccupano di distinguere una vittima da un carnefice: giudicano per tifoseria.
Vicende incomparabili: la demagogia dei parallelismi
L’accostamento tra la storia di Alaa Faraj e i casi di cronaca legati all’eccesso di legittima difesa o alle reazioni dei commercianti di fronte a una rapina — come la vicenda del gioielliere — è intellettualmente disonesto.
Si tratta di contesti, tutele, norme giurisprudenziali e situazioni umane che non hanno un singolo elemento in comune. Forzare un paragone tra l’errore o il dramma giudiziario subito da un giovane migrante scambiato per scafista e i reati commessi nel contesto della difesa privata significa compiere un’operazione demagogica. L’unico scopo di questa sovrapposizione è alimentare uno scontro ideologico e identitario, trasformando la giustizia in una curva da stadio.
La dignità delle istituzioni e il rispetto per la Grazia
La grazia è una prerogativa costituzionale che l’articolo 87 della nostra Carta attribuisce in via esclusiva al Presidente della Repubblica. Non è un trofeo politico da esibire, né un provvedimento che si decide a furor di popolo o a suon di hashtag.
Invocare la grazia per i “propri beniamini” o scagliarsi contro la clemenza concessa dal Capo dello Stato significa non comprendere le basi fondamentali del nostro Stato di diritto. “Tirare la giacchetta” alla Presidenza della Repubblica per scopi di parte o per ripicca mediatica è un atteggiamento deplorevole. Il Presidente valuta il percorso umano, la rieducazione, il contesto e le eventuali storture procedurali con l’equilibrio che la Costituzione gli impone. La piazza urlante non ha la lucidità né le competenze per sostituirsi a quella valutazione.
Per comprendere davvero: “Perché ero ragazzo”
Per chi desidera davvero informarsi prima di esprimere giudizi categorici, l’invito è quello di spegnere i social e aprire un libro.
Si intitola “Perché ero ragazzo” (pubblicato da Sellerio), scritto proprio da Alaa Faraj insieme alla docente Alessandra Sciurba. Il volume raccoglie le lettere inviate dal carcere in cui Alaa ripercorre la propria giovinezza spezzata, le sue speranze, la tragedia del mare e il lungo incubo della detenzione. Il testo si è aggiudicato anche il prestigioso Premio Tiziano Terzani 2026.
Ippocrate ricordava un principio fondamentale che rimane tragicamente attuale:
“Ci sono due cose: la scienza e l’opinione. La prima genera conoscenza, la seconda ignoranza.”
Leggere questo testo non significa schierarsi: significa esercitare il dovere della conoscenza per evitare di farsi abbindolare da narrazioni di comodo.
Solamente attraverso l’approfondimento si restituisce dignità ai fatti e si tutela la civiltà del nostro dibattito pubblico.



