Un elefante nel bidè
28 Agosto 2026Storia di una palestra, di una promessa elettorale e delle aspettative di una intera frazione
C’è una frase che, a distanza di anni, meriterebbe di essere incorniciata.
Più che per la sua immediatezza, colpisce per la capacità di racchiudere un’intera vicenda in poche parole ironiche:
“Un elefante nel bidè”
Qualcuno, parlando della palestra di Pontenuovo, l’ha definita “vituperata e osteggiata all’inverosimile prima della realizzazione”.
E allora partiamo proprio da qui.
Perché se una cosa è stata davvero osteggiata “all’inverosimile”, forse varrebbe la pena ricordare da chi, perché e soprattutto che cosa veniva chiesto in alternativa.
Ma per farlo bisogna tornare indietro. Molto indietro.
C’era una volta il Villaggio Saffa…
prima della palestra, prima delle polemiche, prima delle varianti urbanistiche e prima che Pontenuovo imparasse a convivere con l’idea che ogni centimetro quadrato potesse avere un destino urbanistico diverso, c’era mamma Saffa.
Il Villaggio Operai di Pontenuovo non era semplicemente un insieme di case messe lì una accanto all’altra.
Tra il 1952 e il 1962 Giovanni Muzio, affiancato dal figlio Lorenzo, lavorò a un progetto complessivo per dare forma al villaggio e ai suoi servizi.
Scuole, chiesa, cinema-teatro, abitazioni e spazi collettivi. Un’idea di comunità costruita intorno al lavoro e alla vita quotidiana.
Giovanni Muzio, per intenderci, non era esattamente il geometra di passaggio a Pontenuovo, era uno dei protagonisti del movimento Novecento e aveva firmato opere milanesi come la Ca’ Brütta e il Palazzo dell’Arte.
E a Pontenuovo aveva lasciato una cosa ancora più importante, oggi quasi impensabile:
un disegno urbano
Le scuole progettate da Muzio erano pensate basse, immerse nel verde, a misura di bambino, con una particolare cura dei materiali e dei dettagli.
Pontenuovo non aveva semplicemente delle scuole, aveva una storia.
E aveva, soprattutto, un’idea di spazio pubblico.
Poi è arrivata la palestra
A un certo punto si decide di costruire una nuova palestra.
Una palestra serve, naturalmente. Nessuno mette in discussione l’utilità di una struttura sportiva, soprattutto vicino a una scuola.
Il problema, semmai, è dove la si costruisce, come la si costruisce e che cosa si decide di sacrificare per farlo.
Perché quando si interviene dentro un luogo che conserva ancora tracce importanti di un progetto architettonico e urbanistico riconoscibile, non si sta semplicemente mettendo un edificio in un terreno libero.
Si sta scegliendo quale pezzo di storia lasciare in piedi e quale invece mandare in pensione.
Ed è qui che nasce quella protesta che qualcuno oggi sembra voler raccontare come una specie di guerra ideologica combattuta da una parte politica contro la modernità.
Solo che Pontenuovo, almeno allora, aveva un’altra idea.
Quella protesta non era politica, era una protesta civica.
C’erano cittadini che non chiedevano di impedire ogni cambiamento.
Chiedevano qualcosa di molto più semplice e, forse proprio per questo, molto più ambizioso: trasformare quell’area in un vero centro della frazione, uno spazio polifunzionale, una piazza, un luogo di incontro – una comunità.
E così è nato lo slogan “l’elefante nel bidè” e ironia della sorte proprio da un esponente di quella parte che voleva a tutti i costi la palestra.
Una metafora impietosa, certo ma forse proprio per questo efficace.
Perché descriveva la sensazione di molti residenti davanti a un manufatto percepito come sproporzionato rispetto al contesto.
La palestra alla fine venne completata e la discussione, naturalmente, finì.
L’aspettativa di trasformare quell’area in qualcosa che desse finalmente alla frazione un luogo riconoscibile, una piazza, un centro di vita collettiva è naufragata dentro a quello scatolone asettico.
Una promessa elettorale ha finito per prevalere su un progetto più ampio condiviso da una comunità: una piazza che non è mai diventata davvero tale.
Ha vinto chi voleva la palestra, perché la palestra è stata costruita.
Ha vinto chi prometteva un’opera alla comunità, perché l’opera è arrivata.
Ha vinto la politica, perché può raccontare di aver mantenuto una promessa elettorale.
E allora, se tutti hanno vinto, resta una domanda abbastanza antipatica: chi ha perso?
Forse semplicemente Pontenuovo.
Il problema è che le frazioni hanno una memoria lunga.
E Pontenuovo, quella memoria, ce l’ha scritta addosso.
La Saffa, oggi, è un patrimonio riconosciuto e valorizzato anche dal FAI: il Villaggio conserva edifici progettati da Giovanni Muzio e importanti testimonianze della storia industriale e sociale del territorio. Il suo valore è stato riconosciuto attraverso le Giornate FAI d’Autunno e il censimento nazionale “I Luoghi del Cuore”, nel quale il Villaggio Saffa è stato nuovamente candidato nel 2024.
Eppure la sensazione che rimane è quella di una frazione alla quale, negli anni, è mancata una cosa fondamentale:
un’identità urbana costruita insieme ai suoi abitanti.
E adesso Pontenuovo si appresta a subire un nuovo schiaffo: si parla di trasformazioni, varianti, nuove destinazioni e della possibilità che nell’area ex Saffa e in quella confinante possa trovare spazio un altro Campus Data Center.
Il progresso, naturalmente, non si può fermare.
Anche perché il progresso, quando arriva, generalmente non chiede il permesso.
Ma forse una domanda sarebbe ancora lecita:
progresso per chi?
Perché c’è un rischio.
Che Pontenuovo continui a essere considerata una frazione senza una vera identità urbana, ma con una caratteristica molto più interessante per chi deve fare i conti:
ha terreni, aree strategiche e possibilità di trasformazione.
Una frazione senza piazza, ma con un tesoretto
Senza un vero centro, ma con un potenziale valore economico.
Senza quella dimensione comunitaria che gli abitanti chiedono, ma con la prospettiva di nuove grandi funzioni.
Oggi le esigenze sono diverse e il territorio deve produrre valore.
E mentre la frazione continua a cercare la propria identità, il nostro Sindaco e il suo Vice sembrano aver già trovato la loro:
Dimenticate l’Elefante…
qui abbiamo un bel salvadanaio


