“Una città umanitaria” che puzza di campo di concentramento
15 Luglio 2025Il grido d’allarme di Olmert
Quando a denunciare un progetto come “disumano” non è un attivista di sinistra, né un osservatore internazionale, ma un ex primo ministro israeliano, le parole dovrebbero avere un peso diverso.
Ehud Olmert, figura di rilievo della politica israeliana, ha usato parole nette: la “città umanitaria” progettata da Israele a Rafah non è altro che un campo di concentramento. Non una soluzione per proteggere i civili, ma un meccanismo per isolarli, deportarli, cancellarli.
Non si tratta più solo di crimini di guerra. Qui si affaccia il sospetto inquietante di un progetto di pulizia etnica.
Il piano prevede la costruzione di un’area chiusa, militarmente controllata, dove rinchiudere centinaia di migliaia di palestinesi, con l’unica via d’uscita rappresentata dalla fuga verso altri Paesi. Un’intera popolazione spinta all’esilio con il ricatto della sopravvivenza.
Nel frattempo, in Cisgiordania, coloni armati uccidono e costringono interi villaggi ad abbandonare le proprie terre, nel silenzio o con la complicità dell’esercito. La spirale della violenza ha un’unica direzione: cancellare la presenza palestinese.
Persino giuristi israeliani parlano apertamente di crimini contro l’umanità, eppure chi osa tracciare paralleli con la Storia viene immediatamente accusato di “distorsione dell’Olocausto”. Il centro Yad Vashem, invece di interrogarsi sul monito della Memoria, la usa come scudo per proteggere i carnefici di oggi.
Ma la Memoria vera è un dovere scomodo: ci obbliga a riconoscere l’orrore anche quando proviene da chi fu vittima.
Non ci sono popoli al di sopra della legge.
Non c’è autodifesa che giustifichi la cancellazione di un intero popolo.
Cosa possiamo e dobbiamo fare?
Noi cittadini Italiani ed Europei, abbiamo il dovere di uscire dalla retorica dell’equidistanza e di dire con chiarezza:
- Che non si può tacere davanti a un’occupazione militare permanente.
- Che Gaza non è più una guerra, è una strage pianificata.
- Che la soluzione non è la deportazione, ma la giustizia, la fine dell’apartheid, e la costruzione di due Stati sovrani.
Dobbiamo avere la forza di stare dalla parte dei diritti, anche quando è scomodo, anche quando ti dicono che “non è il momento”.


