Una giustizia che non esiste: l’Italia che assolve chi massacra le donne

Una giustizia che non esiste: l’Italia che assolve chi massacra le donne

11 Settembre 2025 0 Di admin

Se la violenza è ‘umana’, allora la giustizia è disumana

Lucia Regna, 28 luglio 2022. Viene aggredita dall’ex marito con un pugno in faccia. Quel pugno le ha spaccato il volto, ricomposto con 21 placche di titanio. Un nervo lesionato per sempre, la vita segnata per sempre. Eppure, quell’uomo, nel giugno scorso, è stato assolto dall’accusa di maltrattamenti.

E non basta: i giudici hanno avuto il coraggio di scrivere nero su bianco motivazioni che fanno vergogna a questo Paese. Per loro, sette minuti di violenza non sono un raptus cieco e inaccettabile, ma «uno sfogo ricondotto nella logica delle relazioni umane». Per loro, la colpa di Lucia è di aver «sfaldato un matrimonio» con «una sua iniziativa personale». Le minacce («ti ammazzo», «pu…», «non vali niente») diventano per la magistratura parole da contestualizzare, come se la dissoluzione di una famiglia autorizzasse l’annullamento della dignità di una donna.

E infine il capolavoro dell’aberrazione: quell’uomo va “compreso” perché si sentiva «vittima di un torto». Vittima lui. Non Lucia con il volto spaccato. Vittima lui, perché non ha accettato di essere lasciato.

Questa non è giustizia. È una complicità istituzionale con la violenza. È l’ennesima dimostrazione che lo Stato italiano è pronto a perdonare, giustificare, minimizzare la brutalità maschile, purché venga presentata come “umana”.

Vergogna nazionale

E allora sì, c’è da dirlo: questa è una vergogna nazionale.
Abbiamo ascoltato un ministro della giustizia, Nordio, dichiarare che le donne che si sentono minacciate possono andare “in farmacia o in chiesa”. Ora leggiamo sentenze che normalizzano la violenza domestica come se fosse parte naturale delle “dinamiche umane”.

Le donne, che hanno marciato per le strade, che hanno conquistato con fatica il diritto al divorzio, all’aborto, all’autodeterminazione, oggi sono costrette a fare i conti con un Paese che ci sta portando indietro di decenni.

Il corpo di una donna non è proprietà del marito, non è proprietà di un uomo ferito nell’ego. Non è terreno di sfogo per chi non accetta una separazione.
E chi indossa la toga e scrive queste motivazioni dovrebbe solo vergognarsi.

Lucia Regna non è un caso isolato. È il simbolo di una giustizia che non esiste, di un sistema che invece di proteggere le donne le colpevolizza. Se nel 2025 ancora ci tocca leggere motivazioni di questo genere, allora significa che la battaglia femminista non è finita. Anzi, è più urgente che mai.

Perché una società che “comprende” l’aggressore e colpevolizza la vittima non è una società civile. È una società complice.