La politica salva le persone, non i dogmi
13 Settembre 2025Risposta laica a chi, come il nostro Sindaco, invoca la croce
Charlie Kirk sosteneva che: “non possiamo vincere questa battaglia culturale senza la croce di Cristo, non è la politica che salva l’uomo, è Dio”.
Frasi ad effetto, certo, ma pericolosamente fuorvianti.
Trovo preoccupante che Il Sindaco di Magenta rilanci su Facebook quella frase di Kirk con foto solenni e toni trionfanti, come se avesse appena scoperto la chiave della storia. Ma non si tratta di una rivelazione: è un gesto politico grave, che sostituisce il confronto serio con il popolo con una spettacolarizzazione della fede. Invece di discutere di politiche concrete e delle responsabilità amministrative, si affida a simboli religiosi per impressionare e dividere, dimenticando che la politica deve servire tutti i cittadini, non glorificare il proprio profilo social.
1. La “croce di Cristo” come bandiera politica
La religione, qualunque religione, appartiene alla sfera personale. È legittimo che ciascuno trovi forza e conforto nella propria fede, ma non è accettabile che diventi un’arma ideologica o uno strumento di battaglia politica. Lo Stato moderno è laico, e deve restare tale: perché solo la laicità garantisce la libertà di tutti, credenti e non credenti. Se facciamo dipendere una battaglia culturale dalla croce, stiamo già escludendo chi non condivide quella visione. È questo il modo di “unire” un popolo, una città?
2. La politica non è un altare, è responsabilità
Chi afferma che “non è la politica che salva l’uomo” dimentica una verità semplice: sono le scelte politiche, ogni giorno, a determinare la vita concreta delle persone. È la politica che decide se un malato avrà accesso a cure gratuite o se dovrà indebitarsi; è la politica che stabilisce se un lavoratore sarà sfruttato o tutelato; è la politica che difende i diritti civili o li calpesta. Dire che “non salva l’uomo” significa lavarsene le mani, deresponsabilizzarsi, nascondere l’incapacità di governare dietro a un manto divino.
3. Dio non paga le bollette
Il richiamo a Dio, per quanto nobile o sincero, non risolve i problemi concreti. Non riduce le disuguaglianze, non crea scuole sicure, non investe nella sanità pubblica, non ferma le guerre, non ferma gli olocausti. A salvare le persone non è un atto di fede, ma l’impegno politico, sociale, collettivo. L’idea che basti appellarsi al trascendente è comoda solo per chi non vuole sporcarsi le mani con la realtà.
4. La vera battaglia culturale è quella per la dignità
La “battaglia culturale” non si vince agitando croci, ma difendendo la dignità dell’essere umano. Si vince quando si lotta contro la precarietà, contro la violenza di genere, contro la devastazione ambientale. Si vince educando al rispetto reciproco, alla giustizia sociale, alla solidarietà. E questa è, e resterà sempre, una battaglia profondamente politica.
La “battaglia culturale” non si vince certo sposando le tesi di chi promuove l’uso delle armi, l’odio verso l’altro, verso il diverso, verso un’altra fede e religione.
5. La sinistra non rinuncia al senso
Qualcuno dirà: senza Dio manca un senso ultimo.
È falso.
La sinistra, che ho consociuto ed apprezzato, e che ora spero torni forte ed autorevole, ha sempre saputo dare senso e speranza: la costruzione di un mondo più giusto, l’uguaglianza reale, la pace, i diritti per tutti. È un senso terreno, certo, ma non meno nobile.
Anzi: è universale, perché parla a credenti e non credenti, a chi prega e a chi non prega.
Chi dice che solo Dio salva l’uomo compie un errore grave: sottrae alla politica la sua funzione, deresponsabilizza i governanti e deresponsabilizza i cittadini.
Non è accettabile.
La politica non sostituisce la fede, ma ha un compito che nessuna religione può svolgere: tradurre i valori in scelte concrete, difendere chi non ha voce, costruire giustizia qui e ora.
La croce appartenga alle coscienze individuali.
La politica appartenga al popolo.


