Dalla Politica alla Curva
16 Novembre 2025Il giorno in cui un comizio ha tradito la dignità delle istituzioni
Il comizio di ieri a Napoli poteva essere un momento di confronto politico, un’occasione per parlare ai cittadini di programmi, responsabilità di governo, visione europea. Invece, la scena che ha visto protagonisti Giorgia Meloni e Antonio Tajani ha avuto il sapore amaro di una regressione civile. Una deviazione di rotta che non è solo inopportuna: è pericolosa.
Al grido di “chi non salta comunista è”, trasformando una piazza politica in un settore ultrà, si è compiuto un gesto che mortifica l’onore e il prestigio che devono contraddistinguere chi ricopre incarichi istituzionali. Non si tratta di folklore, né di semplice leggerezza. È un messaggio. E il messaggio è chiaro: la politica può trasformarsi in tifo, in slogan vuoti, in contrapposizioni infantili… purché faccia rumore, purché infiammi una folla disposta a saltare invece che a ragionare.
Ma la politica non è un’arena da derby
La politica è — o dovrebbe essere — la capacità di governare, di mediare, di progettare futuro. È il lavoro, duro e quotidiano, di chi si assume responsabilità che vanno oltre la durata di un comizio. È una disciplina seria, serissima, che chiede preparazione, competenza e rispetto per le istituzioni che si rappresentano, non prove di fedeltà da spalti improvvisati.
E invece, sempre più spesso, assistiamo a una trasformazione tossica: il palco diventa curva, l’elettore diventa tifoso, l’avversario politico diventa nemico da schernire, non interlocutore da sfidare con idee migliori. È un trucco vecchio come il mondo: quando non si hanno risposte solide ai problemi reali, si accende il fuoco del “noi contro loro”. Lo vediamo nelle piazze, negli stadi, persino nei quartieri: il tifo sostituisce la visione, l’appartenenza sostituisce l’argomentazione.
Non ci sarà mai un “chi non salta fascista è”
E allora, sì: quel “chi non salta comunista è” non è solo fuori tempo massimo — è fuori luogo, fuori misura, fuori dalla dignità istituzionale che chi governa ha il dovere di incarnare. Ed è proprio per questo che non si risponde con un simmetrico “chi non salta fascista è”. Perché la politica non è un gioco a rimbalzo. Perché l’opposizione — quando è seria, quando è matura, quando è europeista e consapevole delle sfide del presente — non ha bisogno di imitare le sceneggiate da stadio per affermare la propria credibilità.
Chi lavora in politica dovrebbe costruire soluzioni, non cori
Dovrebbe affrontare problemi, non fomentare contrapposizioni sterili. Dovrebbe tenere il paese unito, non dividerlo in curve.
Ed è questo il punto più amaro della scena di ieri: la politica ridotta a spettacolo di provincia, a coreografia vuota che tenta di coprire limiti e fallimenti. Ma un paese non si governa saltando. Un paese si governa pensando, progettando, assumendosi responsabilità e agendo con serietà.
E l’Italia — con tutte le sue difficoltà e con tutto il suo immenso potenziale — merita molto di più di un comizio trasformato in curva sud.


