Foibe: Perché la storia non giustifica, ma spiega
10 Febbraio 2026Oltre l’uso politico della memoria
Il 10 febbraio, in Italia, il Giorno del Ricordo rischia spesso di trasformarsi in un campo di battaglia ideologico. In questo scenario, il pericolo più grave è quello di usare le vittime come un vessillo politico, svuotando il dramma umano della sua profondità per farne un’arma da lanciare contro l’avversario di turno. Per onorare davvero chi ha sofferto, è necessario un approccio diverso: riportare i fatti dentro la storia, perché il contesto storico non serve a giustificare ma a capire. E capire è l’unico modo che abbiamo per rispettare davvero le vittime.
Il video: una guida alla complessità
Il video che accompagna questo articolo propone un’analisi lucida, necessaria per uscire dalla logica del “tifo” ed entrare in quella dell’approfondimento. La tesi centrale è chiara: la storia non è una gara a chi ha subito più torti, ma un processo complesso dove la storia non giustifica, fa capire.
Le radici dell’orrore: dalla Grande Guerra al Fascismo di Frontiera
Per comprendere come le foibe — voragini naturali del Carso — siano diventate fosse comuni, bisogna guardare l’incendio prima ancora del fumo. Questa tragedia affonda le sue radici nei traumi della Prima Guerra Mondiale e in una gestione dei confini che ha ignorato le realtà demografiche multiculturali della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia.
Un tassello fondamentale, spesso omesso nelle narrazioni semplificate, è il cosiddetto fascismo di frontiera. Ben prima della Seconda Guerra Mondiale, il regime fascista utilizzò quelle terre come un laboratorio di repressione e disumanizzazione. L’obiettivo era l’annichilimento della cultura slava: nomi e cognomi italianizzati forzatamente, divieto di parlare la lingua madre e violenze sistematiche, come quelle compiute nelle scuole contro i bambini croati e sloveni. Questo “altro orrore”, figlio del fascismo, ha creato un solco di odio che ha preparato il terreno per le violenze successive.
La violenza chiama violenza
Con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, la repressione si fece brutale occupazione militare, con villaggi incendiati e migliaia di civili deportati nei campi di concentramento italiani. Quando, l’8 settembre 1943, l’autorità italiana collassò, la rabbia accumulata in vent’anni di soprusi esplose in modo caotico e feroce.
Le foibe divennero il terminale di una vendetta che non guardò in faccia a nessuno: insieme ai gerarchi, furono inghiottite persone la cui unica colpa era rappresentare l’oppressione ventennale. Sebbene la vendetta sia sempre la sconfitta della giustizia e l’infoibamento resti un atto barbaro privo di giustificazione ideologica, la comprensione di questi eventi non può prescindere dalla cornice di violenza in cui sono nati.
La lezione di Gramsci
Antonio Gramsci ammoniva che “La storia insegna, ma non ha scolari”. Ignorare le cause che hanno portato a una tragedia significa essere scolari distratti. Guardare la storia nella sua interezza, comprendendo sia i crimini del fascismo di frontiera che l’orrore delle foibe e il dramma dell’esodo giuliano-dalmata, è l’unico modo per non restare intrappolati nell’odio.
In ultima analisi, il 10 febbraio dovrebbe servire a questo: non a gridare più forte, ma a studiare di più. La verità storica è l’unico strumento rimasto per restare umani e per garantire alle vittime il rispetto che meritano, lontano dalle strumentalizzazioni.


