Il giorno del risveglio
24 Marzo 2026Il NO che restituisce dignità alla democrazia
C’è un momento, nella vita democratica di un Paese, in cui il popolo smette di ascoltare e ricomincia a parlare. Il voto di ieri è stato esattamente questo: una parola chiara, netta, inequivocabile. Un NO che non è soltanto una scelta referendaria, ma un atto politico pieno, consapevole, maturo.
È stato, prima di tutto, un NO a un modo distorto di intendere la politica: quello che non prevede confronto, che rifugge la condivisione, che considera il dissenso un fastidio anziché una ricchezza. Gli italiani hanno respinto l’idea di una democrazia ridotta a comando, a imposizione, a narrazione unilaterale.
È stato un NO a chi, con leggerezza e arroganza, ha pensato di poter mettere mano alla Costituzione come fosse materia disponibile, piegabile alle esigenze di parte. La Carta non è un ostacolo: è il patto che tiene insieme il Paese. E ieri quel patto è stato difeso con forza.
Ma il dato più potente, quello che segna davvero una svolta, è la partecipazione. Una partecipazione forte, fortissima. Cittadini che sono tornati alle urne, che hanno scelto di esserci. Giovani, tanti giovani, che hanno deciso di non restare spettatori. E insieme a loro, anche chi negli ultimi anni si era rifugiato nell’astensionismo, deluso, distante, sfiduciato. Questo voto li ha riportati dentro la democrazia. Ed è forse questa la vittoria più grande.
Non è stato solo un referendum. Sarebbe miope leggerlo così. È stato un giudizio politico complessivo. Un segnale che va ben oltre il quesito, e che investe direttamente l’azione – o meglio, l’inazione – del governo. Un esecutivo che si è dimostrato incapace di affrontare i nodi reali del Paese: lavoro, disuguaglianze, diritti, sviluppo. E che ha preferito rifugiarsi nella propaganda, raccontando una campagna elettorale fatta di slogan, semplificazioni e, diciamolo senza timore, una quantità impressionante di falsità.
Gli italiani hanno detto basta. Basta ai cantastorie, basta agli imbonitori.
Questo risultato apre ora una fase nuova. E in questa fase, le responsabilità politiche non possono essere eluse. Le dimissioni di Nordio non sono più rinviabili. Così come quelle di Bartolozzi e dei suoi metodi da “plotone di esecuzione” che nulla hanno a che fare con uno Stato di diritto degno di questo nome. E Delmastro, con le sue ombre e i suoi legami inquietanti con ambienti della criminalità romana, non può continuare a rappresentare le istituzioni.
Non è giustizialismo. È rispetto per le istituzioni.
E poi c’è un ultimo elemento, più profondo, quasi simbolico. In questa battaglia si è avvertita l’eco di un passato che qualcuno vorrebbe riabilitare. Una battaglia postuma, condotta in nome e per conto di figure che rappresentano una stagione, quella dei Licio Gelli e dei Silvio Berlusconi, opaca della nostra Repubblica. Anche a questo, ieri, è stato detto NO. Con fermezza. Senza ambiguità.
Il Paese reale è più avanti di chi lo governa. Più serio, più responsabile, più democratico.
Adesso tocca alla politica, di sinistra e di centrosinistra, essere all’altezza.
Perché quel NO non è un punto di arrivo.
È un inizio.


