Cipria sul cadavere
25 Marzo 2026Il governo si trucca dopo la sconfitta, ma l’odore resta
Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi arrivano tardi, maledettamente tardi. Non sono un atto di responsabilità, ma un riflesso condizionato: il “no” ha vinto e allora si corre ai ripari. Non prima, non quando serviva chiarezza, non quando il Paese chiedeva trasparenza. Solo dopo. Solo quando il vento è cambiato. Questo non è senso dello Stato: è opportunismo allo stato puro.
Queste dimissioni non ripuliscono nulla. Sono, piuttosto, una mano di cipria e fondotinta su un volto che resta livido, spento. Un governo che prova a truccarsi per sembrare presentabile, ma che sotto il maquillage mostra tutta la sua fragilità politica e morale. La verità è che il problema non sono i singoli nomi: è l’impianto complessivo, è la cultura politica che li tiene insieme.
Perché qui non si tratta di legalità come valore, ma di legalità come fastidio. E soprattutto non si tratta solo di episodi: è un modo di stare nelle istituzioni. Questa maggioranza non ha mai avuto un vero senso delle istituzioni. Non ha mai rappresentato davvero il popolo nella sua interezza, i cittadini tutti, ma solo una parte ristretta e interessata. Ha esercitato il potere come fine a sé stesso, come strumento di parte, non come servizio pubblico. Non sono, e non saranno mai, uomini e donne delle istituzioni: restano esponenti di partito, e come tali rappresentano solo una piccola fetta del Paese.
Se davvero la legalità fosse centrale, le dimissioni sarebbero arrivate prima, senza attendere il calcolo del consenso. Invece no: si resta attaccati alla poltrona finché conviene, e si molla solo quando il costo politico diventa troppo alto. È una logica che svuota le istituzioni e le rende ostaggio della convenienza del momento.
E allora la domanda è inevitabile: quando tocca a Carlo Nordio? Quando si aprirà una riflessione vera, non cosmetica, su chi guida la giustizia in questo Paese? O anche qui si aspetterà il prossimo scossone, il prossimo voto, il prossimo sondaggio?
E poi c’è il caso di Daniela Santanchè. Una figura centrale negli equilibri interni, protetta, vicina a Ignazio La Russa, inserita in una rete di rapporti che pesa. Se davvero dovesse essere scaricata, non sarà una uscita indolore. Anzi: rischia di trasformarsi in una resa dei conti interna che potrebbe costare carissimo alla “sciura” Giorgia Meloni. Perché chi è stato protetto a lungo, quando cade, raramente cade da solo.
Il punto, però, resta uno: non basta sacrificare qualche pedina per salvare la partita. Se la strategia è sbagliata, se la credibilità è compromessa, non c’è trucco che tenga. E oggi quel trucco si sta sciogliendo, sotto gli occhi di tutti.


