Giustizia e politica
21 Luglio 2025Se i partiti non fanno più politica, la legalità non basta
L’indagine sull’urbanistica milanese, con arresti eccellenti e perquisizioni che lambiscono i vertici amministrativi e imprenditoriali della città, ci impone una riflessione profonda su due piani distinti ma intrecciati: quello della giustizia penale e quello della tenuta democratica della politica.
Come cittadino, credo nel garantismo: la presunzione di innocenza è pilastro dello stato di diritto. Chi è indagato o perfino arrestato ha diritto a difendersi nel pieno rispetto delle garanzie. La giustizia deve seguire il proprio corso, senza pressioni mediatiche o populismi giudiziari. È un principio non negoziabile, proprio della civiltà giuridica europea.
Ma come politico — e soprattutto come uomo di sinistra — non posso accontentarmi della distinzione tra colpevolezza accertata e non colpevolezza ancora da accertare. Perché la politica, se vuole essere degna del suo nome, vive anche — e soprattutto — di credibilità, trasparenza, rigore. E non c’è articolo del codice penale che possa restituire dignità a una classe dirigente che abdica al proprio ruolo.
I due piani: giustizia e responsabilità politica
Sul piano legalitario, vale la massima: chi sbaglia, paga. Se un dirigente politico commette reati, sarà la magistratura a stabilirlo. Le pene esistono, vanno applicate senza indulgenza né accanimento. Questo è un principio repubblicano, non punitivo: è la condizione di base per la convivenza civile.
Ma la questione davvero lacerante è sul piano politico, ed è qui che troppo spesso si glissa, si minimizza, si cerca di galleggiare nel fango delle ambiguità. Un partito politico non può limitarsi ad aspettare l’esito delle indagini. Non può fingere di essere un soggetto neutro, estraneo ai comportamenti dei propri amministratori. Non può scaricare ogni responsabilità sulla magistratura, delegando a essa non solo la sanzione penale, ma anche quella morale e culturale.
Un tempo, i partiti politici erano scuole di democrazia, luoghi di formazione, di confronto, di selezione. Oggi sono perlopiù comitati elettorali, macchine di consenso a corto respiro, che spesso chiudono un occhio (o entrambi) davanti a pratiche opache se queste garantiscono risultati nelle urne. In questo vuoto, proliferano carriere individuali senza controllo, clientele senza argini, una cultura della scorciatoia che mette il potere amministrativo al servizio dell’interesse privato.
È da qui che nascono le storture, non dalle debolezze individuali. Le fragilità personali esistono, ma sono le strutture politiche che dovrebbero prevenirle, contenerle, correggerle.
Il garantismo non basta, serve una nuova etica pubblica
E allora diciamolo chiaramente: essere garantisti non significa lavarsi le mani della qualità morale e politica delle persone che si candidano o che si nominano a incarichi pubblici. Significa non condannarli prima del tempo, certo. Ma anche — e soprattutto — creare un ambiente dove certe derive siano meno probabili.
Questo è il compito della politica. Ma oggi la politica, quella vera, manca. I partiti non decidono più, non discutono più, non selezionano più. Sono brand elettorali svuotati, incapaci di autoriformarsi. E quando manca la politica, si apre il vuoto. E il vuoto, si sa, non rimane mai vuoto: lo riempiono i poteri paralleli, le cricche, le tentazioni affaristiche.
Una proposta per la sinistra (e non solo)
Per questo la sinistra — se vuole tornare a essere tale — deve andare oltre la difesa d’ufficio o l’indignazione estemporanea. Deve ritrovare la forza di essere partito politico nel senso pieno del termine: un luogo collettivo dove si decide insieme, si valuta insieme, si corregge insieme.
Serve una nuova etica pubblica, fondata non sul moralismo, ma sul rigore. Non per santificare la politica, ma per renderla degna della fiducia dei cittadini.
Serve più politica, non meno.
Serve più trasparenza, non più silenzi.
Serve più formazione, più democrazia interna, più selezione della classe dirigente.
In definitiva, non basta essere garantisti per salvare la democrazia. Bisogna essere anche esigenti. Bisogna essere anche politici.


