Contro ogni aggressione. Ma anche contro l’ipocrisia.
29 Luglio 2025In queste ore si moltiplicano episodi di aggressione verbale ai danni di cittadini israeliani, talvolta invitati a lasciare spazi pubblici, locali privati, manifestazioni culturali. Lo voglio dire con chiarezza, senza ambiguità: questi comportamenti sono inaccettabili. Lo sono perché colpiscono persone, non governi. Perché sostituiscono il dialogo con il disprezzo. E perché contribuiscono a rendere ancora più sterile e tossico un clima già lacerato da mesi — anzi, da anni — di dolore, di violenza, di guerra.
Ma a chi oggi si indigna con fervore selettivo, vorrei porre una domanda semplice: dov’era la vostra voce quando migliaia di civili palestinesi venivano uccisi sotto le bombe?
C’è una verità scomoda, che quasi nessuno vuole pronunciare nei salotti della diplomazia: non si può invocare il rispetto per la dignità umana quando lo si nega sistematicamente a un intero popolo. La striscia di Gaza è un lembo di terra ridotto a polvere. In questi mesi abbiamo assistito all’assedio, alla fame, alla sete, all’isolamento dei civili. Ai bombardamenti su scuole, ospedali, campi profughi. Alla morte di bambini. Alla cancellazione di ogni norma del diritto internazionale.
Sì, è vero: l’antisemitismo va combattuto senza se e senza ma. Ma non possiamo usare questa battaglia sacrosanta per zittire ogni critica alla politica di uno Stato che si definisce democratico e che da mesi si rende protagonista di una delle più spaventose crisi umanitarie della nostra epoca.
Criticare Israele non è antisemitismo. È anzi un dovere morale, se si ha ancora il coraggio di guardare alla realtà per quella che è.
Oggi siamo arrivati a un punto di rottura. Quando la politica si mostra impotente, quando le istituzioni internazionali balbettano, quando le cancellerie europee preferiscono il silenzio complice alla responsabilità, accade ciò che da sempre la Storia ci insegna: le persone smettono di credere nella giustizia e cercano vendetta.
Non c’è nulla di giusto nell’insultare un israeliano in un ristorante. Ma non è nemmeno giusto rimanere seduti sulle poltrone del potere mentre a Gaza si consuma un massacro.
Non è umano chiedere compostezza, civiltà e raziocinio a chi assiste ogni giorno all’umiliazione di un popolo senza Stato, senza diritti, senza più nemmeno le lacrime da versare.
Chi oggi governa Israele deve rispondere delle proprie azioni. Ma anche chi siede nei parlamenti europei o alle Nazioni Unite deve smettere di girarsi dall’altra parte.
La pace non è una dichiarazione cerimoniale. È una costruzione politica. E richiede coraggio. Il coraggio di dire che, finché non verrà riconosciuto lo Stato di Palestina, non ci sarà sicurezza per nessuno. Nemmeno per Israele.
Oggi più che mai, la politica deve alzarsi in piedi. E fare ciò che non ha avuto il coraggio di fare per troppo tempo: fermare il genocidio di Gaza.
E ridare dignità, giustizia, e pace a due popoli che hanno diritto di vivere — entrambi — senza paura.


